I dati Istat di maggio 2026 mostrano un export nazionale in crescita del 4,1%, ma oltre 3 punti derivano da un solo prodotto e un solo mercato: l’oro diretto in Svizzera. Ecco cosa cambia per le imprese che con la Confederazione ci lavorano ogni giorno, in dogana.

I numeri Istat di maggio 2026, in breve

A maggio 2026 l’export italiano cresce dello 0,2% rispetto ad aprile e del 4,1% su base annua, secondo i dati diffusi dall’Istat il 16 luglio 2026. L’avanzo commerciale sale a 4,793 miliardi di euro. Un quadro apparentemente solido, se non fosse che i volumi delle merci vendute all’estero calano del 2,4%: cresce il valore, non la quantità. È il primo segnale che il numero tondo va guardato con attenzione.

L’effetto oro-Svizzera: un dato da leggere due volte

La spiegazione arriva subito dopo. Oltre 3,1 punti percentuali dei 4,1 complessivi derivano da un solo prodotto — l’oro — diretto verso un solo mercato: la Svizzera. Il flusso di lingotti da Arezzo verso Berna, un classico dell’export italiano verso la Confederazione, nel solo mese di maggio ha fatto quadruplicare le vendite di “metalli di base” verso la Svizzera, arrivate a 1,7 miliardi di euro; da gennaio il totale sale a 8,5 miliardi. Il risultato: l’export verso la Svizzera nel suo complesso segna un +57,9% su base annua, primo mercato per contributo alla crescita nazionale, davanti a Cina e area Mercosur.

Cosa succede nel resto dell’export italiano

Tolto l’oro, il quadro si complica. Calano su base annua farmaceutica (-9,7%), macchinari, legno-carta, moda, alimentare e mobili. Crescono solo chimica, elettronica e autoveicoli, questi ultimi sostenuti dalla ripresa produttiva di Stellantis dopo il crollo del 2025. Sul fronte dei mercati rallentano Germania (-3,3%) e Stati Uniti, mentre tra gli acquisti dall’estero pesa il boom delle auto cinesi, triplicate nel mese a 454 milioni di euro e ormai vicine al 9% dell’import italiano di veicoli, seconde solo alla Germania.

Perché conta per chi esporta davvero in Svizzera

Per le imprese italiane che lavorano con la Svizzera fuori dal comparto orafo — manifattura, meccanica, alimentare, moda — il messaggio è chiaro: il balzo aggregato dell’export non racconta la loro esperienza quotidiana. Chi sdogana macchinari, componenti o prodotti di consumo verso Basilea, Zurigo o Lugano sta probabilmente affrontando volumi stabili o in calo, non un boom. Serve quindi più precisione, non meno: classificazione doganale corretta, gestione puntuale di IVA svizzera e dazi, documentazione impeccabile per non perdere competitività proprio mentre il dato macro racconta un’altra storia.

Il consiglio operativo di Molteni Sdoganamenti

In un mercato dove un solo prodotto può alterare le statistiche nazionali, la differenza per una PMI si gioca sui dettagli: codici doganali corretti, gestione delle pratiche di importazione ed esportazione senza ritardi, aggiornamento costante sulle regole di confine. Molteni Sdoganamenti segue da anni le imprese italiane e svizzere in ogni fase dello sdoganamento import-export tra i due Paesi: un confronto diretto sulla vostra operatività doganale è il primo passo per trasformare un dato incerto in un vantaggio concreto.

 

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